A proposito di: isoliamo gli estremisti con il dialogo e l’integrazione sociale di Stefano Landini.

Appartengo alla generazione nata nel decennio successivo a quello del secondo conflitto mondiale. Sin da piccoli siamo cresciuti nei racconti dei nostri genitori su quel terribile periodo: dalla paura  per le bombe che cadevano sulle nostre città, alla deportazione degli operai, che nelle fabbriche si opposero al regime nazi fascista e infine i lunghi anni della resistenza e della liberazione. Siamo stati educati al rispetto degli altri, al valore della libertà e della democrazia.
La pace e la convivenza fra i popoli, baluardi  indispensabili per evitare le immani tragedie della prima metà del secolo scorso,  hanno  rappresentato il filo conduttore della nostra esistenza e del nostro impegno quotidiano in questi anni di militanza sindacale e politica.
Per queste ragioni in ciascuno di noi prevale un profondo sgomento quando assistiamo ad atti di terrorismo come quello dei giorni scorsi a Parigi o alle stragi di migliaia di esseri umani  nella lontana Nigeria. La follia dell’estremismo, che mette a repentaglio la convivenza fra le genti, la fede in una religione per giustificare l’odio e il sangue  di vittime innocenti. Il nuovo secolo ha visto ritornare di prepotenza questo tema, non nuovo nella storia ,  sta chi a cuore il futuro dell’umanità  rigettare questa logica,  debellare ogni forma di odio razziale o religioso, creare occasioni di incontro e di dialogo fra i popoli.
La grande manifestazione di domenica a Parigi, quelle che si sono svolte in centinaia di piazze del nostro paese, hanno rappresentato una prima grande risposta a chi semina l’odio, a chi soffia sul disagio sociale delle grandi periferie urbane del nostro tempo per trovare nuovi sostenitori  ai loro folli progetti.
Alle forze di sicurezza dei vari paesi spetta il compito di isolare e colpire queste cellule eversive, alla comunità internazionale trovare una soluzione ai conflitti in atto in primis quelli del  vicino oriente, a noi spetta il compito di costruire nelle nostre comunità le condizioni per l’integrazione e la convivenza civile.Nelle nostre città e nei nostri paesi sono giunte, in questi anni, migliaia di persone spinte dalla ricerca e dalla speranza in un domani migliore per loro e per i propri figli. Provengono  da terre dilaniate dalla povertà o dalle guerre, sono giunte sino a qui per le stesse ragioni che portarono centinaia di migliaia di nostri connazionali a cercare fortuna all’estero nel secolo scorso. Per queste ragioni dobbiamo isolare chi predica il razzismo, chi indica in questi immigrati i responsabili di ogni male della nostra società per ottenere facili consensi elettorali.
Le nostre camere del lavoro, le sedi delle leghe dello Spi hanno rappresentato in questi anni dei luoghi di accoglienza  e di ascolto per centinaia di migliaia di questi nuovi cittadini.
Grazie all’incontro con il sindacato hanno potuto ottenere il riconoscimento dei loro diritti, da quelli lavorativi a quelli previdenziali o assistenziali, con loro abbiamo condotto centinaia di lotte contro il lavoro nero o lo sfruttamento come avviene in molti settori da quello agricolo a quello edilizio solo per citare i più significativi.
Entrando in contatto con noi hanno potuto seguire  corsi di alfabetizzazione alla nostra lingua, conoscere le nostre leggi, presupposti fondamentali per facilitare la loro integrazione nelle nostre comunità.
E’ un’attività poco conosciuta del sindacato,  svolta anche dagli attivisti dello Spi, basta entrare in  qualsiasi nostra sede in ogni giorno dell’anno per rendersi conto di quanto ho affermato precedentemente. L’integrazione e la convivenza sono i migliori anticorpi in grado di prevenire la diffusione del fanatismo , la ghettizzazione, l’isolamento e l’emarginazione sociale sono i principali fattori su cui si sviluppa la fiamma terrorista.
In un suo recente intervento, il Pontefice ha parlato di una terza guerra mondiale strisciante nel globo, non dobbiamo rassegnarci a questa deriva, ogni giorno il nostro  impegno deve essere rivolto alla costruzione di un nuovo equilibrio mondiale fondato sulle lotte alle diseguaglianze sociali. Noi dello Spi,  con in nostro impegno quotidiano, vogliamo contribuire a questa svolta, non vogliamo consegnare ai nostri nipoti un pianeta in cui un bimbo diviene strumento di morte, in cui professare una religione possa divenire il pretesto per segnare il solco fra esseri umani, noi lavoriamo per uscire dal tempo del rancore e tornare a quello della fratellanza.

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