Coordinamento donne.La sudanese Meriam Ibrahim, le 77 ragazze nigeriane:quanto e quando può la mobilitazione internazionale?

Scarcerata il 23 giugno dopo molti mesi di prigione e solo perché una forte mobilitazione internazionale ha messo in imbarazzo il governo Sudanese. Ma nuovamente fermata in aeroporto dai servizi segreti e ora rifugiata presso l’ambasciata americana in attesa del nullaosta della Corte d’appello che ratifichi l’annullamento della condanna a morte per apostasia, ovvero abbandono volontario e formale della propria fede.Stiamo parlando di Meriam Ibrahim la 27enne cristiana, di cui tuttora non si hanno informazioni, anche se questa storia sembra orientata a risolversi per il meglio.Non così possiamo dire per le ragazze rapite in Nigeria dai terroristi di Boko Haram, che imperversano in molte zone del paese senza che governo ed esercito riescano a proteggere la popolazione. Sembrava fossero state localizzate, gli abitanti di Chibok – luogo in cui sono state rapite – pensano siano nella foresta di Sambisa disperse in piccoli gruppi, per liberarle il blitz dovrebbe essere su più fronti a meno di volerne condannare alcune a morte sicura, ma i nigeriani non dispongono di adeguate forze e gli esperti americani inviati grazie alla campagna Bring back our girls non possono far altro che lanciare droni da ricognizione. Questa vicenda sembra volgere al peggio soprattutto dopo che le autorità hanno dimostrato poco interesse: sono state proibite le manifestazioni nella Piazza dell’Unità della capitale Abuja dove da settimane delle testarde donne si riunivano per urlare attraverso i loro microfoni di plastica “riportate a casa le nostre ragazze”.Storie di donne che pagano perché osano tentare di uscire da un dominio maschile, travestito da dominio religioso. Le 77 ragazze nigeriane tentavano attraverso l’istruzione di crearsi una vita fatta di minore povertà, di minore sottomissione, mentre Meriam non solo non ha disconosciuto il marito cristiano che si era scelta, rinnegando così la religione del padre perché la sharia non permette matrimoni con non musulmani, non solo non si è pentita ma è stata denunciata proprio da un fratello. E del resto Meriam era una donna fuori dal coro già per altre cose: laureata, gestiva una serie di attività a Khartoum, tra cui un negozio, cosa che ha fatto nascere il sospetto che, dietro la denuncia, ci fosse il disegno di subentrare nei suoi affari da parte dei suoi stessi familiari. Del resto la Costituzione di Khartoum del 2005 garantisce all’articolo 38 la libertà religiosa e di culto ed è, quindi, in netta contrapposizione con l’articolo 126 del codice penale sudanese del 1991, fortemente ispirato alla sharia.Forse nel caso di Meriam la mobilitazione internazionale ha potuto ottenere un esito che, speriamo, sia davvero positivo proprio perché c’è una legge cui far riferimento, diversa la situazione in Nigeria, dove lo stato sembra avere poco potere di fronte alla dilagante violenza dell’estremismo islamico dei Boko Haram che dominano in diverse regioni.Non per questo abbandoneremo però l’arma della mobilitazione, degli appelli internazionali contro qualsiasi forma di violenza che miri a colpire non solo le donne, ma i processi democratici dei vari paesi del mondo.

Per il Coordinamento donne Spi Lombardia

Carolina Perfetti -Erica Ardenti

Milano, 1 luglio 2014

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