Inca informa:Lavoro part time verticale e legge 104/92

La trasformazione di un contratto di lavoro full time in part-time verticale non pregiudica il diritto del  lavoratore a fruire integralmente dei permessi previsti dalla legge 104/1992,  già riconosciuti in precedenza, purché la riduzione oraria settimanale non superi il 50%. A stabilirlo è la Corte di Cassazione che ha escluso, nel caso esaminato,  il riproporzionamento dei permessi, in ragione della riduzione dell’orario di lavoro.

Il verdetto n. 22925/17, depositato il 29 settembre scorso, ha rigettato il ricorso di un’azienda e confermato la sentenza della Corte d’Appello di Trento, che l’aveva condannata al risarcimento del danno non patrimoniale ad una lavoratrice.

Per l’Alta Corte, perciò, è stata illegittima la decisione dell’azienda di ridurre a 2 i giorni di permesso, a seguito della riduzione della prestazione lavorativa articolata su quattro giorni a settimana, anziché  in sei, pari al 67% dell’orario ordinario. A giustificazione della sentenza, la Cassazione fa riferimento alla direttiva 97/81/CE, che vieta la discriminazione tra lavoratori a tempo pieno e lavoratori a tempo parziale, cosa che avverrebbe con il riproporzionamento, in ragione della ridotta entità della prestazione di lavoro.

Sulla base di questa stessa considerazione, la Cassazione ha rigettato anche il ricorso dell’Inps, secondo cui l’articolo 4 del D.lgs n. 61 del 2000 “non include i permessi  della legge 104 fra gli istituti esclusi dal riproporzionamento”. Richiamando una sentenza della Corte Costituzionale, (n. 213 del 2016), la Cassazione afferma che i permessi della legge 104/92 sono uno “strumento di politica socio-assistenziale, che, come quello del congedo straordinario di cui all’art. 42, comma 5, del d.lgs n. 151 del 2001, è basato sul riconoscimento della cura alle persone con handicap in situazioni di gravità prestata ai congiunti e sulla valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale ed intergenerazionale (…). “Si tratta, in definitiva, si legge nella sentenza, di una misura destinata alla tutela della salute psico-fisica del disabile quale diritto fondamentale dell’individuo tutelato dall’art. 32 della Costituzione, che rientra tra i diritti inviolabili che la Repubblica riconosce e garantisce all’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2 Cost.)”.  

Tuttavia, la sentenza ripercorrendo la normativa di riferimento complessiva non esclude il riproporzionamento di alcuni istituti per i contratti di lavoro part time, per evitare un “irragionevole sacrificio per la parte datoriale”, ma in questi casi, precisa l’Alta Corte “il criterio che può ragionevolmente desumersi è quello di “una distribuzione in misura paritaria degli oneri e dei sacrifici connessi all’adozione del rapporto di lavoro part time”. Di conseguenza, per la Cassazione “appare ragionevole distinguere  l’ipotesi in cui la prestazione di lavoro part time sia articolata sulla base di un orario settimanale che comporti una prestazione per un numero di giornate superiore al 50%  di quello ordinario, da quello in cui comporti una prestazione per un numero di giornate di lavoro inferiori, o addirittura limitata solo ad alcuni periodi nell’anno e riconoscere, solo nel primo caso, stante la pregnanza degli interessi coinvolti e l’esigenza di effettività di tutela del disabile, il diritto alla integrale fruizione dei permessi in oggetto”.

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