La cronaca del convegno:L’Italia delle leggi razziste è proprio così lontana?

Il razzismo, come combatterlo, come far prevalere l’umanità, la solidarietà, come fare accoglienza, come integrare: sono stati questi i fili conduttori del dibattito che si è tenuto stamane al Teatro della Regina all’interno dei Giochi di Liberetà.
Con i segretari generali Pedretti, Pizzica e Landini (rispettivamente dello Spi nazionale, Emilia Romagna e Lombardia) col segretario nazionale Cgil Vincenzo Colla al dibattito hanno partecipato il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, il presidente della Cooperativa Romano Drom, Giorgio Bezzecchi, moderatore d’eccezione Gad Lerner. Aperto da un video in cui la senatrice Liliana Segre rievocava la sua esperienza nell’Italia delle leggi razziali il dibattito è stato spezzato dalle letture dell’attrice Alice De Toma che ha interpretato brani di Brecht, Hosseini, Anna Frank.
Pizzica, introducendo la mattinata, ha sottolineato come nella facilità con cui gli italiani accettarono le leggi razziali all’epoca e ora assecondano la politica razzista di Salvini vi sia un punto di coincidenza che si sposa con l’inazione, ieri come oggi, della società democratica e della cultura. Anche Stefano Landini ha sottolineato nella sua relazione che “il razzismo c’è. C’è in chi oggi, sdoganato dai governanti, lo esibisce come tratto identitario e c’è anche in tanti, forse inconsapevoli, dell’io non sono razzista ma… La cosa peggiore sarebbe svicolare da un tema spinoso, ricco di contraddizioni anche al nostro interno, lasciando ognuno solo e quindi inesorabilmente attratto verso l’intolleranza e l’esclusione”. E, quindi, che fare? “Partire da priorità chiare – dice Landini – c’è bisogno di più spesa sociale, di più sanità pubblica e scuole aperte per chi rischia di non studiare più. Più servizi accessibili e più uguaglianza dei diritti. Ristabilire un ordine di cittadinanza, recuperando quel ceto medio disperato e sottraendolo alla vorticosa discesa nella condizione sociale. Giustizia e libertà sono la sintesi delle nostre lotte. Lo stato sociale è la più alta concezione morale e storica del senso della comunità”. Un compito che spetta alla politica ma anche al sindacato. “Riappropriarci del nostro futuro non è un’utopia. L’idea che cambiare si può, che si può stare uniti e che lo si deve fare insieme a coloro che rappresentiamo. Spendiamo il congresso per questo – ha poi concluso – e non sarà una discussione inutile né per la Cgil né per il nostro paese”.
Gad Lerner in apertura del dibattito che ha condotto si è definito “il moderatore sbagliato” perché fin troppo coinvolto in questo tema. I suoi nonni e il padre furono gli unici sopravvissuti allo sterminio nazista solo perché emigrati in Libano, dove lui stesso è nato, poi anche il Libano venne abbandonato per l’Italia che “per me era il paese dell’accoglienza”. Anche Lerner ha ripercorso un pezzo di storia sottolineando come subito dopo la guerra si volle dimenticare le brutte pagine della storia fascista italiana, anche da parte degli stessi ebrei, si volle mimetizzare il passato…: “figuriamoci se può succedere di nuovo” eppure se Michelle Bachelet, oggi Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, vuole inviare osservatori Onu in Italia per fare una verifica sui recenti atti di violenza contro africani, rom, immigrati di varie etnie qualcosa in Italia è davvero cambiato.
Da Macerata in poi quanti sono stati gli episodi ? “Ci si abitua” è l’allarme lanciato da Lerner e la differenza col 1938 sta “nel fatto che se oggi dai del razzista a qualcuno questo si offende mentre allora si offendeva chi veniva chiamato antirazzista. Oggi ci sono molti che si dicono antirazzisti sostenendo allo stesso tempo che però ci sia bisogno di vivere separati dagli immigrati, dai rom, perché culture diverse, stili di vita diversi dividono per non parlare di chi li accusa di appropriarsi di risorse che ad altri sarebbero destinate”. E sulla questione dei diritti Lerner ha rilanciato la palla a Colla che ha sottolineato l’esigenza per il sindacato di dover ricostruire una coscienza di massa. “Siamo di fronte a un salto di qualità dall’indifferenza si rischia di passare alla complicità e la Cgil su questo non può mediare, non può mediare nè sul linguaggio né sugli atteggiamenti”. Per Colla il problema è anche l’Europa, un Europa che oggi non riesce più a integrare e quindi stabilizzare: “l’accoglienza da sola non basta abbiamo un problema di giustizia, di diseguaglianza, il welfare non è più sufficiente così la politica così va sotto e vincono populismo e nazionalismo. Le elezioni europee del 2019 saranno un momento delicatissimo, non può vincere la politica del ‘padroni a casa nostra’. Lo scontro sarà sul terreno della democrazia”. Matteo Ricci, chiamato da Lerner a riflettere su quella che è stata la politica dei due tempi dell’ex ministro Minniti, ha subito sottolineato come oggi chi combatte il razzismo faccia parte, dal punto di vista culturale e valoriale, di una minoranza, cosa che ha toccato con mano all’indomani dei fatti di Macerata quando molti italiani riuscirono a trovare una giustificazione a quell’aggressione, per questo secondo il sindaco di Pesaro “il non potrà mai ricapitare è già smentito. Non c’è nessuno che tenta di mediare il conflitto, si butta benzina sul fuoco per propaganda politica, ma il ministro degli interni non può pensare di essere un cittadino come gli altri. Rappresenta le istituzioni e con questo modo di fare crea solo insicurezza ed espone la società a un crescendo di violenza. Se descrivi i rom come una sottospecie umana fomenti il razzismo. I gruppi dirigenti di un paese hanno una grande responsabilità”. Dopo aver parlato di buone pratiche di integrazione Ricci ha voluto lanciare un allarme denunciando come oggi la democrazia di moda sia quella autoritaria di Erdogan piuttosto che di Putin o il modello americano di Trump: pace, libertà, democrazia non sono beni acquisiti per sempre.
A ulteriore testimonianza di tutto ciò l’esperienza di Giorgio Bezzecchi, il cui padre pochi mesi fa ha ricevuto una targa di riconoscimento di perseguitato per odio razziale. Un odio quello verso i Rom, i sinti, tutti chiamati spesso indistintamente zingari, che sembra non sopirsi. Bezzecchi ha ripercorso quanto accaduto dopo il decreto Berlusconi del 2008 . Ha sottolineato come il popolo rom ancora oggi viva in una situazione di forte emarginazione, un sostanziale apharteid morale e culturale generalizzato. I rom in Italia sono 160/170mila eppure si parla solo dei 30mila che vivono nei campi di cui Bezzecchi ha denunciato le terribili condizioni: “i campi sono oggi dei ghetti, delle baraccopoli: un wc chimico per oltre cento persone, una fontanella d’acqua per oltre cento persone. E solo su questi sono appuntatele attenzioni dei media, c’è da pensare che dietro ci sia una regia ben precisa”.
A Ivan Pedretti, segretario generale nazionale Spi, il compito di chiudere l’intensa mattinata. Da lui è venuto un forte monito al sindacato che deve impegnarsi di più, deve fare di più anche se questo significa scontarsi con chi il sindacato stesso rappresenta, con la paura che è penetrata nei nostri iscritti. “Ci vuole grande serietà, non possiamo negare che il problema è sentito. Accoglienza, sicurezza, integrazione vanno tenute insieme. Ma scontrarsi con qualsiasi forma di intolleranza e di razzismo vuol dire anche avere un progetto di integrazione ben preciso, sapere cosa rispondere nella pratica, nel concreto”. Sinistra radicale e riformista per Pedretti devono essere rimesse insieme: “la Cgil mi pare abbia troppa tentennamenti rispetto le politiche del governo”. Salute, istruzione, previdenza, lavoro sono i pilastri su cui si deve costruire: una pensione per i giovani, una sanità universale non privata, un’istruzione su base nazionale non regionale. Rilanciare l’idea del sociale. “Abbiamo bisogno sia della democrazia diretta che della democrazia partecipata, la politica deve essere più presente e più attiva sul territorio”. Allo stesso modo il sindacato ha bisogno di guardare in faccia la crisi di rappresentanza che sta vivendo, ai loro tempi lo fecero prima Di Vittorio e poi Lama che fronteggiarono cambiamenti epocali. “Robotica, innovazione tecnologica, immigrazione sono i nomi dei nostri cambiamenti epocali. Non sono i muri, il filo spinato la risposta adatta”.
Bisogna, per Pedretti, costruire dei nuovi soggetti che stiano tra la gente: “sindacalisti di quartiere che si occupino del territorio e delle contraddizioni che vi sono, altrimenti i giovani lavoratori vanno dai Cobas o verso le nuove forme sindacali che si creano come narrava prima anche Colla. Dobbiamo tenere insieme i lavoratori più deboli con quelli più forti. A Salvini direi che il salario minimo va fatto su scala europea, non in Italia, perché non vi sia un dumping tra un lavoratore italiano e uno rumeno, tanto per fare un esempio. E da sindacalista dopo l’accordo firmato con l’Ilva avrei prima rivendicato il nostro ruolo e immediatamente dopo avrei posto il problema della sicurezza sul lavoro, della tutela della salute come dello sviluppo produttivo. Il futuro va governato non demonizzato e questa deve essere la nostra idea guida”.

a cura di Erica Ardenti.

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