Editoriale. Il dialogo fra le generazioni necessario per uscire dalla crisi di Stefano Landini.

Nei giorni scorsi l’Istat ha presentato il bilancio demografico 2014 del nostro paese. Dalla lettura dei dati emerge il quadro di un paese sempre più vecchio ( età media 44 anni, in costante aumento negli ultimi anni) , di conseguenza, aumenta la popolazione anziana (65 anni e oltre) pari al 21,7% e diminuiscono gli under 15 (13,8%). I cosiddetti “grandi vecchi” (80 anni e più) crescono ogni anno di un punto decimale, arrivando nel 2014 al 6,5% della popolazione. Aumentano anche gli ultracentenari: al 31 dicembre 2014 se ne contavano 19 mila. Un paese più vecchio necessità, nel contempo, di maggiori risorse dedicate allo stato sociale. Siamo tutti consapevoli che con l’avanzare dell’età tutti diveniamo più fragili e bisognosi di cure e di servizi, in una fase storica di crisi economica e sociale, che ha comportato ingenti tagli alla spesa pubblica nel nostro paese. In questo contesto le nuove generazioni pensano spesso e volentieri che il mantenimento di questo stato sociale vada a loro discapito, con meno investimenti nei settori dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione, punti cardine su cui si gioca il loro futuro sia in ambito lavorativo sia in quello sociale nell’epoca della globalizzazione.
Le risorse sono poche, altre potrebbero essere recuperate da una seria lotta all’evasione fiscale e con l’istituzione di una patrimoniale sui grandi patrimoni, quindi il rischio di un conflitto d’interesse fra le generazioni diviene elevato.
La distanza fra le generazioni, in questa epoca, è profonda negli usi, nelle abitudini quotidiane e nelle aspettative esistenziali. Le nuove generazioni sono cresciute nell’era digitale, si informano attraverso la rete, mediamente hanno studiato di più di quelle precedenti, molti di loro viaggiano di più all’estero, conoscono chi era e cosa ha realizzato Steve Jobs, ignorando nel contempo figure storiche della vita politica italiana a noi tanto care. Poi arriva per loro il giorno della ricerca del lavoro, spesso e volentieri si devono accontentare di lavori precari, sottopagati e nei quali il loro sapere e le loro conoscenze acquisite nella fase formative vengono ignorate e non utilizzate. Negli ultimi anni decine di essi hanno lasciato il nostro paese in cerca di un futuro migliore all’estero, per il nostro sistema questo comporta una perdita di risorse umane altamente specializzate, necessarie in una epoca in cui la competizione fra i sistemi produttivi si estende a livello globale.
Per queste ragioni è necessario intensificare il dialogo e il confronto fra le generazioni del nostro paese, noi dello Spi Cgil, sia a livello nazionale che lombardo, ci stiamo provando da anni con iniziative, vedi quella recente di Pavia, momenti di ascolto e di dialogo con i giovani delle organizzazioni studentesche o rappresentanti dei nuovi lavori e della precarietà diffusa.
Un dialogo che deve far comprendere a ciascuno che il nemico non è rappresentato da chi è più giovane o più anziano, bensì è da individuare in chi nel nostro paese da troppi anni tutela privilegi, alimenta la corruzione e il non rispetto della legalità.
Sono estremamente convinto che è un percorso difficile, creare una sintonia fra uomini e donne, che hanno ogni giorno stili di vita e aspettative così distanti fra loro non è semplice , ma ritengo che sia l’unica via da percorrere per ridare una speranza al nostro paese.
Il sindacato confederale, per quanto ci riguarda la Cgil in modo particolare, deve farsi carico nel suo insieme di questo problema, dando ascolto all’esigenze provenienti da questo mondo giovanile, aprendo le proprie porte a quei giovani che vogliono cimentarsi nella vita sindacale, mettendo a nostra disposizione il loro sapere e la voglia di non rassegnarsi al declino dell’Italia.
Negli anni settanta il movimento sindacale italiano ha saputo raccogliere l’istanza di rinnovamento e di giustizia sociale proveniente dalle grandi lotte operaie e studentesche, centinaia di noi sono entrati nelle strutture confederali e delle categorie rinnovando il sindacato, costituendo per decenni la parte maggioritaria dei gruppi dirigenti di ogni organizzazione. Ora si rende necessaria un’analoga azione di apertura, nelle nostre sedi le generazioni di questo paese devono trovare l’occasione per convivere, dialogando per contribuire al superamento di questa lunga crisi economica,che attraversa il paese da ben sette anni.

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