Il convegno comunicazione e violenza di genere, il racconto della mattinata.

Femminicidio: donne uccise due volte.Potrebbe essere questa una parafrasi che da il senso dell’iniziativa del Coordinamento donne SPI Lombardia che si è tenuta stamane a Bergamo. Donne uccise da un compagno e poi dai media, giornali e tv o social, che, come ha spiegato la responsabile del Coordinamento Carolina Perfetti, hanno “un’impostazione della notizia da cui traspare un’implicita giustificazione del femminicidio”. E di seguito ha sottolineato come gli attori della violenza siano rappresentati come uomini in preda a raptus, crisi di gelosia, depressione quindi non colpevoli di uno stato di patologia a cui sarebbero stati portati spesso da abbandoni, tradimenti, scelte di vita autonoma delle compagne, vere e uniche vittime dell’atto di violenza.
Sono state poi Monica Lanfranco e Maria Teresa Manuelli a entrare nello specifico dei modi di fare comunicazione: con l’uso di slide hanno mostrato articoli, titoli, immagini e i modi in cui distorcono la realtà. Lanfranco ha utilizzato un video intitolato Parole d’amore per mostrare come le parole stereotipate usate nella comunicazione di tutti i giorni entrino poi a far parte anche del vocabolario che i giornalisti usano, “parole che trasmigrano nei giornali – ha detto Lanfranco – ma le parole sono anche le pietre più importanti per costruire il cambiamento”. È proprio sul fronte del cambiamento nelle modalità del comunicare come nelle parole del comunicare e’ impegnata l’associazione Gi.U.Li.A, acronimo di giornaliste unite libere autonome, di cui fa parte Maria Teresa Manuelli che ha spiegato come il giornalismo non può essere neutro ma è sempre una mediazione, come attraverso la scelta di un termine piuttosto che di un altro può indirizzare la lettura di un fatto in una direzione piuttosto che in un’altra. Da qui l’impegno di Gì.U.Li.A nella formazione sia per gli studenti che nella formazione continua dei giornalisti.
E anche la rete può essere utilizzata per fini buoni o meno buoni. Dei social ha parlato Lorenzo Rossi Doria, ufficio stampa nazionale SPI, partendo dalla vicenda di Tiziana Cantone, la ragazza suicidatasi dopo che un video hard che le aveva fatto il suo fidanzato e’ finito sulla rete, rendendole la vita impossibile, prima costringendola a emigrare dal piccolo paese in cui viveva vicino a Napoli, fino a quando una sentenza del tribunale ha sancito l’impossibilità di rimuovere quel video diventato di “interesse per la collettività”. Da qui il bisogno di conoscere la rete, i suoi lati oscuri, le sue trappole, la non esistenza di un privato se si è sulla rete. Ma Rossi Doria ha offerto anche il lato positivo: i social che permettono un contatto con centinaia di migliaia di persone, che permettono di fare una buona informazione e qui ha citato e mostrato l’uso che lo SPI nazionale fa di fb piuttosto che del sito dell’organizzazione. Un uso non sconosciuto allo SPI lombardo dove già una grossa fette di dirigenti, militanti, volontari utilizza i social per diffondere le buone pratiche dello SPI. Lo ha sottolineato Stefano Landini che ha voluto porre anche l’accento sul ruolo che gli anziani possono avere nel rapporto con i nipoti nel veicolare una lettura più sana dei media, così come possono trasmettere valori più sani, proprio gli anziani che dello SPI fanno parte e che hanno fatto la storia di questo paese quando, magari da giovani iscritti alla Cgil, si sono battuti per migliori condizioni di lavoro, più giustizia sociale.
Sul prossimo numero di SPI Insieme troverete un servizio più approfondito sull’iniziativa.

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