Presa in carico dei pazienti cronici,Accordo con la Regione Lombardia per attuare la riforma sociosanitaria

La giunta regionale lombarda ha varato la delibera per la costituzione della rete di strutture che saranno autorizzate a prendere in carico i pazienti cronici già a partire dal mese di luglio 2017.
Si è dato così inizio alla fase della riforma sociosanitaria che modificherà l’assetto delle cure legate alla medicina di base, il ruolo stesso del medico di famiglia e la rete a supporto delle cure domiciliari.
Su questo è stato raggiunto un primo accordo, per alcuni aspetti ancora interlocutorio, con Cgil, Cisl, Uil Lombardia e i sindacati dei pensionati Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil, che si sono confrontati con l’assessore al Welfare, a cui, lo scorso 14 aprile, avevano inviato una serie di proposte per l’attualizzazione del modello della  presa in carico.
Nello specifico le richieste sindacali miravano a mantenere una forte regia pubblica del sistema, un coordinamento tra le varie funzioni compreso il ruolo del medico di base che per alcuni aspetti risultava del tutto residuale almeno nelle prime bozze della Regione.
Una diversa articolazione della gestione delle risorse che rischiavano di creare margini di utile per i soggetti gestori a totale scapito della qualità e della quantità delle cure.
Un richiamo a un ruolo più attivo dei soggetti pubblici, oggi in forte difficoltà dovendo da una parte superare la fase di riorganizzazione delle strutture dopo la legge 23 di riforma e dall’altra acquisire capacità manageriali e gestionali fin ora non ben chiarite.
Il nuovo modello coinvolgerà all’inizio 150mila pazienti cronici gravi e, progressivamente, si estenderà a una popolazione che oggi sfiora quasi i tre milioni di persone. Per loro il sistema sociosanitario regionale prevede l’applicazione dei principi della medicina di iniziativa, che si basa su un ruolo attivo del paziente affiancato, nel piano di cura, da un case manager che, nel rispetto di un piano assistenziale dedicato e integrato, dovrà  garantire – in seguito alle dimissioni – le cure e la continuità assistenziale e la riabilitazione sia a domicilio che in strutture dedicate. Nei prossimi mesi il sistema sociosanitario della Lombardia comincerà a sperimentare un modello oggi sconosciuto agli utenti che dovrà essere in grado di migliorare l’accesso alle cure, aumentarne l’appropriatezza e aiutare i pazienti e i loro familiari a ridurre i tempi di attesa per le prestazioni, a partire da chi è costretto a ricorrervi con più frequenza.
“L’intesa raggiunta con la Regione – dichiara Claudio Dossi, segreteria Spi Lombardia – è sicuramente il punto di inizio di un confronto che dovrà continuare in maniera più serrata per indirizzare l’intero processo sui binari di un vero miglioramento delle cure alle persone anziane”.
Il rischio che ancora esiste è che, in breve tempo senza una corretta responsabilizzazione del soggetto di governo pubblico, l’intero settore della medicina di base possa finire nelle mani di pochi gestori, oggi gli unici attrezzati a farsi carico del problema. Ciò comporterebbe conseguenze negative a partire da una disarmonica distribuzione dei presidi territoriali nella Regione.
Per evitare questo e per creare una rete organica di cure intermedie, subacute, post acute e riabilitative su tutto il territorio della regione, per introdurre indicatori di qualità a monitoraggio dei risultati di salute raggiunti e per correggere eventuali criticità – quali la necessità dei pazienti di uscire dai processi di cura se non adeguati – si è deciso in accordo con la Regione di continuare il confronto con un’agenda di incontri specifici.
“Per lo Spi, comunque, – continua Dossi – è necessario ridurre le rette in tutte le strutture a supporto, a partire dalle Rsa  e, nello specifico, con l’applicazione dell’ipotesi di accordo condivisa con la Regione, che interviene con un assegno di 1000 euro nelle Rsa per le categorie Sosia 1 e 2 e Nuclei Alzheimer. Siamo in attesa di una specifica delibera regionale da approvare entro la fine del mese di maggio”.
Lo Spi ritiene altresì necessario riprendere il confronto con Anci regionale e nei territori per una piena integrazione dei servizi alla persona, sia quelli sociosanitari che quelli sociali, per ottenere un percorso di cura finalmente a 360 gradi e che colga tutti gli aspetti di criticità della persona malata, spesso sola e anziana.

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